C’è una scena di Rumore:77 che mi diverte parecchio.
Da una parte Gertrud, americana, MIT, computer potente, laboratori seri e quella fiducia occidentale nel fatto che, con abbastanza fondi, anche l’apocalisse possa diventare un progetto finanziabile.
Dall’altra Ivan, sovietico, Crimea, macchina rumorosa, burocrazia soffocante e un sistema dove anche osservare Saturno troppo a lungo poteva sembrare una deviazione sessuale.
Entrambi fanno i conti.
Entrambi arrivano alla stessa conclusione.
Saturno non torna.
Ed è bellissimo, perché negli anni Settanta USA e URSS erano impegnati nella più grande gara a “chi ce l’ha più grosso” della storia: missili, razzi, bombe, computer, bandiere, ego. Una specie di spogliatoio planetario con testate nucleari al posto degli asciugamani.
Solo che la fisica ha questo difetto insopportabile: se ne fotte di queste supercazzole.
Non è comunista.
Non è capitalista.
Non vota.
Non guarda i sondaggi.
Non si emoziona davanti ai generali.
Se un calcolo è giusto a Boston, è giusto anche in Crimea. Se Saturno pesa più del previsto, pesa più del previsto anche se rovina la giornata al Pentagono o al Comitato Centrale.

Forse è questo il punto: mentre gli uomini passano la storia a misurarsi strumenti, confini e virilità geopolitiche, l’universo continua a trattarci tutti come una sola specie. Abbastanza rumorosa. Poco lucida. Molto convinta e che, aggiungo, non si lava abbastanza.
Cinquant’anni dopo siamo ancora lì.
Cambiano i nomi, arrivano Trump, Putin, i social, le conferenze stampa, gli analisti televisivi e la stessa gara a chi ce l’ha più grosso, solo con più telecamere e meno vergogna.
Saturno, nel frattempo, continua a non dover dimostrare niente a nessuno.
Non twitta.
Non minaccia.
Non fa comizi.
Non invade talk show.
E infatti, tra tutti, resta quello con gli anelli più eleganti.

Come direbbe Ivan: i sassi non sbagliano.